L'empirismo inglese


Thomas HOBBES

1588-1679

Thomas Hobbes nacque a Malmesbury, in Inghilterra. Studiò ad Oxford, dopo aver dimostrato già molto giovane la predilezione per gli studi classici (si narra che tradusse la Medea si Euripide all'età di 15 anni),

Dopo gli studi divenne precettore al seguito di famiglie della nobiltà, ciò gli permise di viaggiare a lungo per l'Europa. In Italia incontrò Galileo Galilei, in Francia ebbe contatti con i circoli cartesiani.

Diventato precettore di Carlo Stuard, nel 1640 seguì la corte in esilio in seguito alla dittatura di Cromwell; al ritorno in patria la sua fedeltà venne premiata con un vitalizio a vita che gli permise di dedicarsi agli studi filosofici in totale autonomia.

La sua fama è legata al Leviatano, opera in cui formula una teoria fortemente assolutistica dello Stato (sarà accusato di anteporre il potere dello Stato a quello della Chiesa, e dunque tacciato di ateismo) e in cui propone una visione strettamente meccanicistica della realtà e del pensiero, tanto da meritarsi l'appellativo di antico precursore della cibernetica, la scienza che si occupa della matematizzazione dei processi mentali.

Opere principali: Obiezioni alle meditazioni metafisiche di Cartesio (1641); Del cittadino (1642); Leviatano (1657); Del corpo (1655); Dell'uomo (1658)

La fama di Hobbes è legata principalmente alla sua opera Leviatano, nella quale esponde le dottrine del meccanicismo scientifico e dell'assolutismo politico. Il primo tema è trattato dai capitoli dall'uno al tre di questa scheda, il secondo tema dal quarto capitolo

 

1. Il materialismo e il meccanicismo scientifico

Secondo Hobbes le uniche entità veramente sperimentabili e quindi verificabili sono i corpi, la materia estesa. Inutile tentare di indagare le sostanze che trascendono le possibilità dell'evidenza materiale, esistono solamente i corpi e il loro movimento, responsabili di tutti i fenomeni naturali. Tutto il mondo è quindi incluso nella logica meccanicista della ragione pura, ogni cosa è da ricondurre a fatti meccanici, gli unici fatti che posseggono, nella loro purezza matematica, il grado di verità epistemica (certa e incontrovertibile).

E l'anima? Anch'essa è sottoposta a questo ineludibile meccanicismo? Secondo Hobbes anche l'anima è materiale e meccanica, in quanto le idee sono solo la conseguenza di azioni meccaniche esterne al pensiero. L'idea prenderebbe quindi forma in conseguenza di una serie di attività cinetiche riconducibili alla meccanica della materia cerebrale.

Tutti i giudizi devono quindi spogliarsi di qualsiasi connotazione soggettiva e confluire in una interpretazione oggettiva, geometrica ed esclusivamente matematica della realtà.

Questa visione profondamente materialista del mondo risente ovviamente di una forte influenza degli studi galileiani sull'inerzia e sul movimento e in generale del clima che si respirava in Europa conseguente alla rivoluzione scientifica: Hobbes e gli empiristi credettero di poter applicare il nuovo ed efficace metodo scientifico, che di fatto riduceva le meccaniche del mondo sensibile a rappresentazioni matematiche univoche e determinate, a tutti gli aspetti della vita umana, compresi quei temi (l'anima e le idee) da sempre terreno prediletto della metafisica.

Per Hobbes l'uomo è un animale, un meccanismo tra i meccanismi, ma un animale dotato di una qualità che non si trova nelle altre speci: la ragione. L'uomo è quindi animale razionale, ed è la ragione che rende l'uomo superiore alle altre forme viventi.

 

2. Il convenzionalismo linguistico

Se tutto è materiale è ovvio che non esistano nemmeno idee innate ed anime preesistenti. Le idee (immagini della mente) si manifestano nel mondo reale attraverso le parole. Nell'ambito della sua visione meccanicista, Hobbes riconduce quindi il problema delle idee a un problema linguistico, in modo da ricondurre le idee (private di qualsiasi componente trascendentale e metafisica) alla determinazione e all'esattezza dei giochi linguistico-sintattici.

In particolare le idee vengono associate alle parole in modo convenzionale ed arbitrario, non esiste ovviamente una stretta causalità tra l'essenza di un una cosa con la parola corrispondente in una certa lingua. Le idee non hanno quindi nessuna relazione "platonica" con gli oggetti che vogliono rappresentare. Tale posizione si usa definire convenzionalismo linguistico, in quanto i termini vengono assegnati agli oggetti per decisione convenzionale degli uomini che condividono una determinata lingua e un determinato linguaggio.

Ad esempio, l'immagine mentale del cane non necessariamente deve corrispondere al susseguirsi delle lettere c, a ,n, e; il fatto che ogni lingua faccia corrispondere una determinata serie di lettere all'idea di cane dimostra che le parole sono assegnate alle cose in modo indipendente dalla loro immagine mentale

 

3. La protocibernetica

Hobbes è considerato, in certo qual modo, il padre della cibernetica, o almeno un lontano progenitore della cibernetica moderna. Sempre nell'ambito della visione strettamente meccanicista della realtà, Hobbes arrivò alla conclusione che le relazioni che si instaurano tra i pensieri entro il linguaggio sono trattabili in termini di addizione e sottrazione. Ogni operazione mentale è riconducibile ad un'aritmetica di segni: l'affermazione è un'addizione di termini, la negazione una sottrazione. Più affermazioni addizionate tra loro portano ad una deduzione.

Ragionare vuol dire quindi computare, calcolare e matematizzare i segni semantici (semantica = studio dell'assegnazione dei segni e delle parole alle cose e agli oggetti)

 

4. L'assolutismo politico

Nello studio degli aspetti sperimentabili della realtà rientrano più che mai l'etica e la politica. Nel Leviatano, Hobbes si domanda quale possa essere lo stato di natura dell'uomo, ovvero quale direzione prenderebbero le vite gli uomini nell'assenza di ogni struttura sociale (in uno stato primitivo della convivenza umana).

Hobbes afferma che lo stato di natura dell'uomo è la guerra di tutti contro tutti (Bellum omnium contra omnes), e che ogni uomo è lupo per gli altri uomini (homo homini lupus). Nello stato naturale ognuno ha diritto su tutti, ogni uomo aspira a soverchiare il suo prossimo, i desideri di potere di ogni uomo si sovrappongono e si scontrano inevitabilmente.

Ciò che può porre un limite a questa situazione di anarchia è il patto sociale che porta inevitabilmente alla costituzione di uno stato sovrano. Attraverso un patto sociale gli uomini rinunciano quindi alla loro assoluta libertà individuale e si affidano ad un uomo o ad un gruppo di uomini che li possano guidare, cancellando il caos e facendo confluire le molteplici volontà contrastanti dei singoli uomini in una sola volontà regolamentatrice.

Dunque, secondo Hobbes, si pone fine alla guerra di tutti contro tutti solamente assoggettando la volontà dispersa dei molti in un'unica volontà sovrana ed asssoluta (Lo stato diventa il Leviatano, il mostro biblico, un Dio mortale appena al di sotto del Dio immortale).

L'interesse supremo della pace e della prosperità, dell'assenza dei conflitti e della moderazione tra le parti contrarie, è conseguibile solamente attraverso la forma dello Stato assoluto. I punti principali di questa dottrina dell'assolutismo politico sono:

1. L'indivisibilità del potere sovrano, attribuito ad un solo uomo ad una sola assemblea

2. Il dovere di obbedienza dei sudditi

3. La superiorità dello Stato sulla legge, il sovrano non è legato da nessun tipo di contratto sociale ai suoi sudditi, essi invece, stipulando un patto sociale, si assoggettano ad un contratto negativo che li priva della propria libertà

4. La proibizione di ogni ribellione, anche quando il sovrano va contro gli interessi dei sudditi

5. La fusione dell'autorità politica con quella religiosa

Tale giustificazione dell'assolutismo è conseguenza della meccanicità alla quale tutto il mondo è soggetto: in esso il principio razionale non deve guidare solo la scienza degli uomini, ma penetrare nelle loro stesse vite attraverso l'imposizione razionale di un potere assoluto che pone fine alla naturale anarchia che scaturirebbe dalla prevaricazione di ciascun uomo sull'altro.

Il pensiero di Hobbes si pone quindi in contrasto con la visione politica più moderata di Locke e Hume, i quali, pur assimilabili al pensiero empirista, consideravano lo stato di natura dell'uomo più positivamente, attraverso l'affermazione dell'uomo come animale sociale.

Si noti il fatto che per Hobbes lo Stato assoluto conserva esclusivamente il potere, per cui nemmeno la Chiesa può contrastarlo, ragione per cui è lo Stato l'unica vera religione, l'unica autorità alla quale i cittadini devono assoggettarsi. E' per questo che Hobbes fu accusato di ateismo, in quanto riteneva che nessun altro potere, nemmeno quello spirituale, dovesse contrastare la sovranità assoluta dello Stato, del resto, come si è detto, Hobbes non credeva nell'esistenza dell'anima, ritenendola il frutto di un'azione meccanica della realtà oggettiva che agisce sui processi mentali.


John LOCKE

1632-1704

John Locke nasce a Wrington, vicino a Boston (Inghilterra). Diventa professore di greco e di retorica ad Oxford, mentre come autodidatta si interessa di anatomia, fisiologia e fisica, tanto da essere chiamato dottore senza peraltro esserlo.

Nel 1667 abbandona l'insegnamento ad Oxford (reputava l'insegnamento ricevuto parole oscure e inutili ricerche) per diventare il Segretario privato del conte Shaftesbury, Lord Ashley, esponente del partito liberale whig. Viaggia in Francia e conosce così gli ambienti cartesiani.

Organizzò in Olanda l'avvento sul trono d'Inghilterra di Guglielmo d'Orange, suo massimo successo politico. La figura di Locke è legata poi all'instancabile opera di divulgazione delle idee democratiche e di tolleranza, della sua idea di netta divisione fra potere della Chiesa e potere statale.

Opere principali: Lettera sulla tolleranza (1659); Saggio sull'intelletto umano (1690); Trattati sul governo civile (1690); Pensieri sull'educazione (1693); Ragionevolezza del Cristianesimo quale risulta dalle Scritture (1695)

 

1. Tabula rasa

Analogamente a Leibniz, anche Locke muove una polemica nei confronti del pensiero cartesiano: mentre Leibniz aveva attaccato il meccanicismo, Locke ne critica l'idea di innatismo (l'innatismo sosteneva che fossero innate quelle verità che avevano il carattere dell'evidenza, che fossero chiare e distinte, immediatamente percebilili, per il fatto di essere evidenti per tutti gli uomini, queste capacità innate dovevano essere universali).

Secondo Locke nulla fa pensare che esistano idee innate nella mente degli uomini, anzi, portando come esempio quello dei bambini e dei pazzi, che non hanno in sé alcuna idea strutturata di Dio, nessuna nozione innata di logica, di geomatria e di matematica universale, Locke afferma che la mente umana nasce vuota e priva di ogni conoscenza; all'origine, la mente è una tabula rasa, una tavola ancora da incidere. Se la mente nasce priva di ogni conoscenza, è l'esperienza che fa durante lo svolgersi della vita che la riempie di nozioni. Tutto ciò che apprendiamo è dunque frutto della nostra esperienza.

Altra considerazione a favore della tesi di Locke è l'evidente inesistenza di principi universalmente accettati e validi. Nulla è accettato universalmente giusto dagli uomini, vi sono al mondo differenze enormi di giudizio etico, legate ai diversi costumi appresi nelll'ambito delle diverse società, in campo accademico e scientifico nulla vi è di indiscusso: la scienza è lotta di tesi opposte, la stessa esperienza empirica dimostra che tutto deve essere scoperto e nulla di ciò che conosciamo è conosciuto a priori.

Locke è cosiderato uno dei massimi esponenti dell'empirismo inglese, una corrente filosofica nata dal diffondersi del metodo sperimentale proposto dalla rivoluzione scientifica. Secondo l'empirismo i dati della certezza epistemica erano da ricavare dall'osservazione dei fenomeni reali: analogamente alla scienza fisica, anche la filosofia doveva attenersi alla critica dei fatti e delle sensazioni tratte dalla percezione immediata.

 

2. Percezioni semplici e percezioni complesse

Da buon empirista, Locke sostiene che tutto ciò che la mente produce è una elaborazione di percezioni esterne, non esistono quindi idee direttamente prodotte dalla mente ma solamente la rielaborazione di esperienze percettive. Nulla vi è nell'intelletto che prima non vi sia stato nella percezione.

"Anzitutto, i sensi fanno entrare idee particolari, cominciando ad arredare quel locale vuoto; e la mente, familiarizzandosi poco a poco con alcune idee, le ripone nella memoria e dà loro dei nomi. In seguito vengono a presentarsi nella mente altre idee, che essa astrae da quelle prime, e apprende gradualmente l'uso dei nomi generali. In questa maniera la mente si rifornisce di idee e di linguaggio, ossia dei materiali sui quali eserciterà la sua facoltà discorsiva. E l'uso della ragione diviene più evidente ogni giorno, via via che aumentano questi materiali sui quali essa opera" (Saggio sull'intelletto umano)

Si delinea così una gerarchia delle percezioni: esse entrano nella mente dalle più semplici, e queste percezioni semplici servono poi da base alle percezioni più complesse, in un continuo e progressivo lavoro di accumulo e affinamento. Analogamente esistono qualità della percezione primarie e qualità secondarie. Le qualità primarie sono le percezioni oggettive che coincidono con la materia estesa cartesiana: la forma, il numero, l'estensione nello spazio. Quelle secondarie sono le impressioni soggettive che riceviamo da un oggetto: il gusto, il colore, la consistenza.

 

3. Il convenzionalismo linguistico

Fino all'epoca di Locke si accettava l'idea che le parole conservassero un certo collegamento diretto e "ontologico" con la natura del soggetto. Locke, come Hobbes, ritiene invece che le idee non abbiano alcun collegamento diretto con la natura delle idee espresse, ma costituiscano solamente i segni convenzionali attribuiti a determinate idee e stati d'animo. Il linguaggio è quindi un sistema di segni precedente allo sviluppo delle idee fatto di convenzioni condivise nell'ambito di una particolare lingua.

Il pensiero esisteva anche prima che gli uomini imparassero a parlare, ciò dimostra che il linguaggio è nato dal bisogno di comunicare quelle idee che, rimanendo chiuse nella mente di ciascun uomo, non avrebbero potuto essere condivise con altri.

 

4. L'uomo individuo sociale, lo Stato democratico

Diversamente da Hobbes e dalla sua idea di homo homini lupus, Locke ritiene che la transizione dell'uomo dal suo stato di natura primitivo a quello sociale è conseguenza di un suo bisogno a costituire una comunità. L'uomo quindi non nasce naturalmente in conflitto con gli altri uomini, ma ne ricerca l'aiuto e la compagnia.

In particolare il primo nucleo sociale si sarebbe formato dall'unione tra un uomo e una donna, quindi, alla nascita del figlio: la società era la famiglia. Tra famiglia e Stato vi è poi una conseguente continuità. Gli uomini stringono un patto tra loro formando lo Stato, uno Stato che non è una restrizione arbitraria delle libertà individuali allo scopo di impedire la naturale anarchia, ma una condizione in cui anche lo Stato è garante nei confronti di tutti i cittadini.

I cittadini e lo Stato sono quindi legati da un mutuo contratto di assistenza, lo Stato è naturalmente democratico e liberale, in quanto le libertà dei singoli sono garantite da una maggioranza espressa dal popolo. Per evitare che la maggioranza diventi tirannia sarà comunque necessario tenere ben distinti il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario: l'idea è quella di non esimere chi fa le leggi dal rispettarle, i tre organi autonomi eserciterebbero poi un reciproco controllo a garanzia dei principi democratici.

Locke fu un fervente sostenitore del sistema democratico, in quanto lo riteneva la naturale evoluzione del bisogno di aggregazione degli uomini. Una visione molto più ottimistica di quella completamente pessimista di Hobbes, il quale riteneva che lo Stato fosse un tiranno necessario a tenere unite le spinte disgreganti derivanti dall'egoismo di ciascun uomo. Queste due visione nascevano dunque da una diversa valutazione morale dell'uomo.

 

5. La tolleranza e i suoi limiti

Sempre nell'ambito della sua visione democratica e liberale, Locke fu un sostenitore della divisione tra potere statale e potere della Chiesa, della garanzia delle diversità e della buona abitudine alla tolleranza.

Lo Stato democratico garantisce e tollera naturalmente ogni diversità religiosa. Il compito dello Stato è infatti quello di garantire il rispetto dei diritti naturali di ciascun individuo: la vita, la libertà, l'integrità fisica e l'assenza di dolore, nonché la proprietà privata.

Lo Stato ha però il dovere di proibire tutti quei comportamenti che danneggiano la società: le sette segrete, le Chiese che impongono giurisdizioni civili e spirituali in contrasto con il rispetto delle libertà individuali garantite, i comportamenti criminosi e pericolosi per la coesione sociale. Locke sostiene poi che i cittadini non debbano comunque essere atei, in quanto l'ateismo significherebbe la mancanza di ogni principio morale. Quest'ultima osservazione risente un pò dei tempi se rapportata allo stato di cose attuale, comunque sia la visione politica di Locke risulta essere una tra le più moderne del suo tempo.


6. La tolleranza religiosa

Lo Stato che nasce dall'aggregazione degli individui è naturalmente liberale e democratico, poiché nasce sulla spinta di un principio egualitario. Questo tipo di Stato è quindi garante di se stesso, nel senso che gli stessi legislatori sono sottoposto alle leggi (non così in uno Stato assoluto). Ogni potere - quello legislativo, esecutivo e giudiziario - è autonomo, separato dagli altri e in grado di vigilare sul reciproco operato. Il potere che produce le leggi non può essere incaricato di attuarle, come deve esistere un potere di garanzia che vigili sulla correttezza dei legislatori e dell'esecutivo.

Locke, in aperta polemica con Hobbes, si spinge perfino ad affermare che, qualora lo stato liberale e democratico venisse meno ai suoi principi, i cittadini sarebbero giustificati a ribellarsi, spezzando il legame di obbedienza che li lega alle istituzioni ormai corrotte.

Nella Lettera sulla tolleranza, Locke formula poi il principio della tolleranza religiosa: ogni confessione deve essere rispettata dallo Stato, il quale non può intromettersi nelle questioni riguardanti la fede preferendone una all'altra. Potere dello Stato e potere della Chiesa vanno separati, in quanto al primo spetta la garanzia dei diritti civili, al secondo la salvezza delle anime. I due poteri sono quindi autonomi ed è buon principio che non confondano i rispettivi ambiti d'azione. I poteri dello Stato devono essere ispirati ai valori di laicità ed uguaglianza, ma devono comunque impedire i comportamenti che vadano a negare i diritti civili, come del resto non potrà ammettere sette o società segrete che attentino all'integrità dei principi liberali e democratici.

Tuttavia, nonostante questa visione moderna dei rapporti che devono intercorrere tra i poteri, Locke affermerà che in uno stato liberale, come non può essere tollerata una religione che tenda ad opporsi ai principi civili della tolleranza e della libertà di culto e di coscienza, non può essere tollerato anche l'ateismo, in quanto la ragione naturale è in grado di provare l'esistenza di Dio. L'ateismo è dunque quella condizione che si pone contro la ragione naturale e per questo non è in grado di garantire la moralità dell'individuo.

Locke affermerà che il cristianesimo (esistenza di Dio e di Gesù come annunciatore del regno del Padre), pur nel rispetto delle regole civili, è una religione ragionevole e ha il compito di diffondere a tutto il genere umano quelle verità fondamentali e quelle norme morali che altrimenti sarebbero state accessibili solo ai filosofi (La filosofia moderna, Emanuele Severino). Ecco dunque come in Locke resiste quel retaggio teologico per cui non può esistere morale che non discenda da Dio, e che l'assenza di Dio, anche solo nel pensiero dell'uomo, produce di fatto immoralità.


George BERKELEY

1685-1753

Berkeley nacque a Thomastown, in Irlanda. Fu nominato prete anglicano nel 1710 e vescovo anglicano 1734. In gioventù, come cappellano di famiglie nobili, viaggiò in Italia e in Francia, successivamente fallì un suo tentativo di fondare una missione alle Bermude. Nel 1728 salpò infatti per l'America ma rimase confinato a Rhode Island per tre anni, in attesa dei fondi promessi dall'Inghilterra. Morì ad Oxford, dopo essere stato vescovo di Clone (nominato nel 1734), una piccola diocesi irlandese.

Opere principali: Saggio per una nuova teoria della visione (1709); Trattato dei principi della conoscenza umana (1710); Hylas e Philonous (1713); Alcifrone o il filosofo minuto (1732)

 

1. L'immaterialismo

La tesi principale della filosofia di Berkeley porta alle estreme conseguenza l'assunto dell'empirismo per cui i soli fatti considerabili sono quelli che percepiamo con i sensi: Berkeley afferma quindi che non esiste il mondo percepito in sé, ma solo la percezione.

Facendo sua la tesi dell'empirismo a proposito della precedenza delle percezioni rispetto alle idee, Berkeley afferma che se nulla vi è nell'intelletto che prima non vi sia stato nella percezione allora tutto il mondo fisico non esiste se non nella percezione, tutto è frutto della percezione. Per Berkeley solamente ciò che viene percepito (o che percepisce) esiste, la sua massima è esse est percipi (essere è essere percepito).

Dunque Il mondo della materia non esiste, è lo spirito umano che lo edifica attraverso nella percezione e lo rende reale (del resto non c'è differenza tra materia e spirito perché le due entità coincidono). Questa visione prende il nome di immaterialismo, in quanto nega l'esistenza distinta della materia e la lega alla qualità della percezione soggettiva.

Berkeley afferma che anche l'estensione cartesiana della materia non è una qualità oggettiva ma è una qualità soggettiva: La percezione della grandezza di un oggetto appare distorta e conseguente alla dimensione del soggetto che la percepisce (per cui per un acaro un sasso è una montagna, per un gigante è un granello di sabbia). L'estensione stessa, in quanto giudizio soggettivo, esiste solo nella mente (posto che i giudizi oggettivi siano universalmente condivisi dalla totalità dei soggetti).

 

2. Dio è il grande sincronizzatore (la Mente infinita)

Se la materia non esiste ed è una percezione soggettiva, allora com'è possibile che due soggetti differenti percepiscano le stesse cose allo stesso momento?

Ciò che rende possibile la grande sincronia di tutte le cose e di tutti gli eventi, per cui tutto il mondo materiale risponde alle stesse leggi indipendentemente dal soggetto che percepisce, è Dio. La sua potenza ci fa credere che esista un riferimento materiale comune. Dio è una Mente infinita, grazie alla quale le cose continuano ad esistere anche quando non sono percepite.

La spiegazione del funzionamento delle leggi naturali è allora portare alla luce il grande disegno divino della Creazione, ciò che Dio ci vuole trasmettere nella sua infinita potenza e onnipresenza.

Berkeley vede nelle scienze moderne una progressiva perdita di religiosità e una tendenza all'ateismo materialista e meccanicistico, per cui la fisica è solo una scienza descrittiva che non si occupa delle cause delle cose e la geometria è una pura esercitazione logica che propone assurdità come l'infinita divisibilità di una linea.

La visione di Berkeley nasce dalla necessita di opporsi al pensiero illuminista e meccanicista che esclude Dio come essere assoluto e onnipotente (si potrebbe dire che quello di Berkeley è una forma di monismo spinoziano).


David HUME

1711-1776

Hume nasce ad Edimburgo. E' talmente attratto dalla filosofia che decide di studiarla anche contro il volere del padre, che gli avevo imposto lo studio del diritto. Già a diciott'anni sviluppa i concetti base del suo pensiero, ma studia così intensamente che deve pagare il prezzo a tanto impegno con una lunga fase di depressione. Malgrado ciò non riuscirà ad entrare nei circoli accademici del paese, spaventati dall'estremo scetticismo delle sue tesi.

In seguito viaggia in Francia dove diviene segretario dell'ambasciatore inglese ed entra in contatto con i circoli illuministi. Scrive anche una monumentale Storia dell'Inghilterra, dalla quale trarrà quella fama che non riuscì a raggiungere con il suo lavoro filosofico.

Opere principali: Saggi morali e politici (1742); Dialoghi sulla religione naturale (1751); Storia naturale della religione (1754); Ricerca sull'intelletto umano (1748-1759)

 

1. Impressione e idea

Analizzando il rapporto tra pensiero e realtà materiale, Hume afferma che esistono nella mente due forme di rappresentazione dei fenomeni: l'impressione e l'idea. L'impressione è la sensazione immediata e intensa che proviamo di fronte a un fenomeno; l'idea è il ricordo, molto più blando ed elaborato, dello stesso fenomeno. L'impressione viene quindi a configurarsi come elemento emotivo-irrazionale, mentre l'idea si configura come immagine razionale e sedimentata, racchiusa nel "sistema-memoria", dell'impressione.

Tanto le idee quanto le impressioni possono essere semplici o complesse: quelle semplici sono le rappresentazioni che riguardano un aspetto semplice e immediatamente percepibile della realtà, le sue qualità primarie; quelle complesse sono le rappresentazioni che elaborano e uniscono più rappresentazioni semplici.

Esempio: L'idea di un limone è una rappresentazione complessa in quanto unisce un certo numero di idee semplici quali il colore giallo, la forma, il profumo e la polpa. La stessa cosa vale per le impressioni. L'impressione complessa è l'impressione immediata che riceviamo dalla vista di un limone, nella suo complesso, l'impressione semplice si riferisce alle singole qualità del limone: l'impressione che ci viene dal suo colore, dal suo profumo, dalla sua polpa, dalla sua forma

Come si può notare, la filosofia di Hume si attiene ad una visione scrupolosamente empirica della realtà, per cui oggetto dell'indagine filosofica sono le sole percezioni immediate e verificabili: attorno ad esse, e a nessun altro dato, si svolge l'analisi dei fenomeni che accadono nella realtà, percepita con semplicità ed immediatezza dai sensi.

 

2. Non esiste alcuna sostanza

Che cos'è la sostanza? Esiste veramente qualcosa di necessariamente esistente anche se non percepibile?

Sempre nell'ambito della sua visione empirica, Hume sostiene che è impossibile affermare l'esistenza di una sostanza sottostante alla percezione: può esistere in realtà un insieme di qualità semplici che unite compongono il concetto di una sostanza particolare. Cosa significa? Il fatto che un insieme di qualità semplici delle cose sia riassunta in una parola che le indichi unitariamente non vuol dire che esista un'unica qualità preesistente a quell'insieme di percezioni (il fatto che percepiamo il cane come insieme di certe qualità semplici non significa che esista a priori la sostanza cane).

Non c'è nulla sotto l'insieme di certe qualità che faccia supporre l'esistenza certa di una sostanza causa di tali qualità (il cane è l'insieme di certe qualità, come la qualità di avere quattro zampe, una coda e un muso più o meno allungato, è questo insieme che lo fa essere cane e non una sostanza anteriore alla percezione di tali qualità).

Ciò che critica Hume è quindi la possibilità platonica e aristotelica che esistano non solo oggetti immutabili, che trascendono il mondo sensibile e che sono rappresentazioni ideali di una certa cosa (simili a matrici), ma che la stessa sostanza delle cose, percepita come cosa a sé, possa esistere aldilà della contingenza particolare delle cose stesse.

Da tutto questo deriva poi che l'io, la mente pensante, non esiste in quanto sostanza ma in quanto flusso di percezioni, ovvero la mente non sarebbe altro che un insieme di elaborazioni e riflessioni che si succedono continuamente e velocissimamente una dopo l'altra, senza interruzioni.

Tale visione va quindi contro all'affermazione cartesiana della res cogitans come sostanza. Hume sembra negare, in tutta la sua filosofia, che la sostanza sia qualcosa di esistente "in sé" e "a sé": in realtà, sostiene sempre Hume, le cose hanno già una loro contigenza specifica che le fa essere ciò che sono, hanno già un loro significato, senza il bisogno di attribuire loro altre qualità che non siano già quelle evidenti alla percezione.

 

3. La critica al rapporto causa/effetto

La tesi più celebre della filosofia di Hume è la critica al rapporto di causa/effetto che lega gli eventi tra loro. Hume afferma che non vi sono abbastanza elementi per cui si può dire che un certo evento sia seguito sempre da determinate conseguenze, ovvero non esiste certezza che da una certa causa possa derivare necessariamente un certo effetto.

Il rapporto causa-effetto ci dice che ad una certa azione corrisponde una certa conseguenza, come, ad esempio, il fatto che una palla di biliardo ne tocchi un'altra implica che la seconda cominci a muoversi. Se osserviamo il comportamento delle palle da biliardo per la prima volta, senza sapere nulla delle leggi della fisica e senza mai avere sperimentato un'esperienza del genere, difficilmente sapremo predire ciò che succederà.

Hume sostiene allora che l'esistenza di un rapporto causale tra la causa e l'effetto, non ci viene dalla prova che tale rapporto esiste realmente, ma solamente dall'abitudine di notare sempre le stesse conseguenze abbinate a certe azioni.

L'abitudine è allora la tendenza della psiche umana a individuare indebitamente leggi di regolarità in rapporto ad eventi che si ripetono con una certa costanza. L'uomo si lascia guidare nell'acquisizione delle sue certezze dall'abitudine, dalla naturale tendenza di considerare la ripetizione di un evento come regola universale.

Ad esempio, finché due palle da biliardo, scontrandosi, produranno il moto di una di esse, l'uomo tenderà a pensare che esiste una legge che lega tra loro gli eventi dell'urto e del moto successivo; in realtà nulla esclude che, anche dopo miliardi di possibilità, le palle si rifiutino di muoversi

Tale visione risulta una tra le più radicali forme di scetticismo attorno alle leggi razionali della natura, una forma di scetticismo che verrà ripresa in epoca moderna da Popper per formulare la sua critica al metodo induttivo.

 

4. La morale della simpatia (ovvero del coinvolgimento emotivo)

Secondo Hume non esiste una morale universale, un concetto di bene assoluto applicabile in tutte le situazioni e in tutti i momenti storici, esiste invece un concetto del bene relativo alle diverse situazioni imposte dalle circostanze, dal luogo e dal tempo (anche la morale si fa empirica). In particolare Hume sostiene che, sebbene la ragione non neghi la possibilità di una corretta conoscenza del bene, gli uomini siano guidati, nelle loro considerazioni etiche e morali, più dai sentimenti che dalla fredda logica razionale.

Le massime etiche universali raggiunte per mezzo della ragione solo solamente la generalizzazione di casi etici personali guidati dal sentimento. Per conoscere il vero concetto del bene occorre quindi estrapolarlo dai casi etici reali, dai singoli slanci umani che antepongono l'interesse collettivo all'interesse personale. Ecco allora che il bene della collettività è perseguibile solamente attraverso l'incoraggiamento del trasporto emotivo verso il nostro prossimo.

Dunque il personale sentiero filosofico percorso da Hume nell'ambito dell'empirismo porta ad una critica dell'eccesso di razionalismo, inteso come eccedere non necessario della ragione, e a una maggiore attenzione verso gli aspetti semplici delle percezioni: tale critica della ragione porta Hume ad affermare che la morale dell'uomo deve affidarsi maggiormente ai sentimenti, visti come impressioni della mente, ovvero ciò che nella nostra mente è prodotto dall'impressione immediata, e quindi più autentica, dei fenomeni.